G.B. Pergolesi, Stabat Mater


Un momento della guida all'ascolto di Pier Paolo Bellini
Modena, 16 aprile 2011 – Auditorium Marco Biagi

Campobasso, 19 Aprile 2011 – Chiesa S.S. Sepolcro

Carpi, 25 febbraio 2012 – Chiesa di S. Bernardino

Serramazzoni (MO), 11 Aprile 2014 – Santuario

Comacchio, 13 Aprile 2014 – Cattedrale

 

Sara de Matteis/Vittoria Giacobazzi, soprano

Erica Rompianesi, contraltoOrchestra Marija Judina

Guida all’ascolto di Pier Paolo Bellini

 

ritagliato

“Questo Stabat, semplice e senza pretese, sembra rispecchiare tutti i caratteri di quel lamento doloroso della Vergine ai piedi della croce, il pianto di una madre, le cui strofe monotone piovono giù come lacrime, sì dolce a un tempo, che ben vi si scorge un’angoscia divina consolata dagli angeli, e sì semplice con quel suo latino popolare, che le donne e i fanciulli l’intendono mezzo per le parole e mezzo per l’affetto. Ecco, il segreto del fascino irresistibile che questa musica ha sempre esercitato, e ne fa un capolavoro immortale”. G. Radiciotti.

Per comprendere fino in fondo la portata di quest’opera occorre innanzitutto ricordare che essa è espressione della cultura di popolo e dell’esperienza personale del musicista. Una sola regola guidò la sua mano: che le parole, portatrici di esperienza, potessero emergere con assoluta libertà e il canto servisse unicamente a ridar loro la vita originale.

La tradizione vuole che la composizione, stimata quale capolavoro musicale della Napoli settecentesca, sia stata completata il giorno stesso della morte, da Pergolesi a soli 26 anni, in tempo di Quaresima, nel convento dei Capuccini di Pozzuoli. Commovente è la cronaca dei suoi ultimi giorni di vita:
 “Essendosi portato a visitarlo Francesco di Feo, rinomato maestro di musica che lo amava teneramente, e veduto che egli giacendo a letto si occupava a terminare la composizione dello Stabat Mater, fortemente lo rimproverò, dicendogli che le sue condizioni di salute meritavano ben altri riguardi. Ma il povero giovane rispose che non voleva morire prima di finir l’opera che gli era già stata pagata ducati dieci: – E forse, aggiunse, non varrà dieci baiocchi. Tornò dopo qualche settimana il Feo e lo ritrovò peggiorato che a stento dalle moribonde labbra di lui potrà intendere che lo Stabat era stato terminato e inviato al suo destino. Pochi giorni dopo, nel di 16 marzo 1736, il Pergolesi rendeva l’ultimo sospiro.
”

Finis, Deo gratias, le ultime parole scritte di suo pugno mettono un sigillo non solo sul capolavoro, ma anche sulla breve esistenza del giovane che nell’Amen finale dello Stabat innalza, dal suo stato rattrappito dalla malattia, il più fulgido ringraziamento al Mistero che salva attraverso il dolore:
 negli ultimi supremi istanti Pergolesi fu visto contemplare un’effigie che era rimpetto al letto, e rimirandola ansiosamente col petto ansante, piangesse: era l’effigie della Madonna Addolorata che l’autore dello Stabat chiamava la sua celeste musa.